Collegare la ricerca clinica alla biologia della risposta al trattamento
Il Prof. Michele Maio, Professore di Oncologia Medica presso l’Università di Siena e ricercatore del Centro Nazionale nello Spoke 2, ha svolto per molti anni un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’immuno-oncologia in Italia e a livello internazionale. In qualità di Direttore del Centro di Immuno-Oncologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese e Presidente della Fondazione NIBIT, ha contribuito sia alla ricerca clinica sulle immunoterapie sia allo sviluppo di approcci volti a superare la resistenza ai trattamenti.
Siena è uno dei centri italiani che partecipano allo studio di fase 3 INTerpath-001, che valuta intismeran autogene in combinazione con pembrolizumab. Lo studio adotta un approccio personalizzato: il tessuto tumorale di ciascun paziente viene raccolto e analizzato per consentire la progettazione di un vaccino in grado di codificare un insieme di neoantigeni specifici del tumore del singolo paziente.
Comprendere come stimolare una risposta immunitaria rappresenta tuttavia solo una parte della sfida. È altrettanto importante comprendere perché alcuni tumori riescano a eludere tale risposta. Questa domanda è al centro di uno studio pubblicato su Science Advances il 7 agosto 2026, che vede coinvolti il Prof. Maio, la Prof.ssa Elisabetta Ferretti (Professoressa di Patologia Generale presso l’Università Sapienza di Roma), il Prof. Michele Ceccarelli (Professore di Oncologia Computazionale presso l’Università di Miami e l’Università degli Studi di Napoli Federico II), insieme a ricercatori delle Università di Siena, Napoli e Miami, dell’Università Sapienza, della Fondazione NIBIT e di altri importanti enti di ricerca.
Il paper “Transposable elements and homotypic niches drive immune dynamics and resistance in melanoma epigenetic-based immunotherapy” [LINK] analizza i meccanismi attraverso i quali le cellule di melanoma possono modificare il proprio stato biologico e sfuggire all’attacco del sistema immunitario. I ricercatori hanno identificato meccanismi legati alla plasticità delle cellule tumorali, evidenziando inoltre NFATC2 e β-catenina come potenziali vulnerabilità terapeutiche.
Come spiega il Prof. Michele Maio, Università di Siena, Spoke 2: “Il progresso che stiamo osservando oggi nel campo dei vaccini antitumorali personalizzati è il risultato di molti anni di ricerca volti a comprendere come i tumori interagiscano con il sistema immunitario, ma anche della disponibilità clinica di anticorpi inibitori dei checkpoint immunitari, come pembrolizumab, in grado di potenziare la risposta immunitaria antitumorale dei pazienti. La ricerca clinica, l’identificazione di biomarcatori e lo studio dei meccanismi di resistenza sono tutti tasselli dello stesso puzzle. La possibilità di tradurre queste conoscenze in trattamenti sempre più personalizzati rappresenta un potente esempio di come un investimento costante nella ricerca possa, in ultima analisi, portare benefici ai pazienti.”